QUESTO BLOG SOSTIENE IL
COMITATO PER IL RICONOSCIMENTO DEI DIRITTI COSTITUZIONALI AI MILITARI
Perchè una Democrazia non può dirsi compiuta se non è stata capace di estendere tutte le sue regole e garanzie, fino in fondo a tutti i cittadini, anche quelli in divisa.

per informazioni ed adesioni scrivere a paolomelis66@yahoo.it



mercoledì 22 ottobre 2008

Dimmi con chi vai…

Un proverbio dice “dimmi con chi vai e ti dirò chi sei”. Prendendo in esame molte delle cose, più o meno recenti, che riguardano la storia politica ed economica italiana, possiamo dire che ci troviamo di fronte ad un esemplare caso di assoluta coerenza e attinenza a questo detto.
Anche se questo implica la consapevolezza che la realtà attuale e la sua presumibile proiezione nel futuro non lasci molti spazi alla speranza di prosperità ed abbondanza.
Recentemente Silvio Berlusconi ha ribadito tutta la sua stima per George W. Bush, per la sua politica passata e futura, arrivando, addirittura ad una vero e proprio endorsement a favore di McCain, quale possibile futuro inquilino, Repubblicano, alla Casa Bianca. Dunque una presa di posizione non di poco conto per il Presidente del Consiglio di un paese che rivendica una posizione tra i grandi della terra. La scelta di stare affianco a quel Bush dal suo stesso paese indicato come corresponsabile, per omesso controllo, dell’attuale crisi finanziaria e, da cui, molti suoi concittadini, oltrechè colleghi di partito, tendono ora a prendere le distanze. Primo tra tutti lo stesso candidato Repubblicano alla presidenza, McCain e buon ultimo il suo ex segretario di stato, Repubblicano da una vita, Colin Powel. Insomma una “amicizia” che rischia di trasformarsi nell’abbraccio mortale di chi annaspando nel mare in tempesta, sta per annegare.
Contemporaneamente apprendiamo che l’OCSE, nel suo rapporto Growing Unequal, ci dice che: “In Italia disuguaglianza e povertà sono cresciute rapidamente durante i primi anni novanta. Da livelli simili alla media OCSE si é passati a livelli vicini a quelli degli altri paesi dell’Europa del Sud. Da allora la disuguaglianza é rimasta ad un livello comparativamente elevato. Tra i 30 paesi OCSE oggi l’Italia ha il sesto più grande gap tra ricchi e poveri”. Nella fattispecie dopo Messico, Turchia, Portogallo, Polonia e Stati Uniti. Dunque nuovi “compagni di viaggio” si affiancano al cammino italiano in una poco gratificante graduatoria di demerito. In tal senso la relazione del Governatore della Banca d'Italia, Mario Draghi, ci conferma la difficoltà di quella parte di società più debole: “Le ripercussioni della crisi vanno ben al di là del sistema bancario. Famiglie e imprese sono colpite sia direttamente, per la perdita di valore dei titoli Lehman che esse detengono, sia indirettamente, a causa delle prospettive di una restrizione del credito conseguente alle tensioni finanziarie del momento”. Da ciò si comprende come, il gap descritto nel rapporto, non nasca oggi ma sia figlio della fine dello “yuppismo” degli anni ottanta, incancrenendosi nel decennio successivo. Insomma il prodotto di quelle strategie finanziarie che puntavano, più che sulla ricchezza derivante dalla produzione di beni e servizi reali, sulla speculazione derivante dalle trasazioni borsistiche e dalle speculazioni del mercato. Anche se le recenti “piene condivisioni” tra Confindustria e Berlusconi parlano di: " varare delle misure importanti a sostegno delle imprese. Se lo Stato entrerà nelle banche, è chiaro che sarà solo una presenza temporanea, il Tesoro sottoscriverebbe azioni senza diritto di voto. Ridurremo la pressione appena i conti pubblici ce lo permetteranno". Per dirla in parole povere, totale antitesi con ciò che rileva il rapporto OCSE in quanto si prevedono sostegni a chi ha avuto modo di correre negli ultimi anni e mentre le misure per chi è rimasto più indietro dovranno ancora attendere.
L’OCSE non è nuova ad evidenziare, anche impietosamente, le contraddizioni italiane. Presumibilmente inosservato è passato il rapporto: “Handbook on Human Rights and Fundamental Freedoms of Armed Forces Personnel” (il Manuale per i Diritti Umani e le Libertà Fondamentali del Personale delle Forze Armate). Frutto di un questionario (The ODIHR-DCAF Questionnaire on Human Rights of Armed Forces Personnel in OSCE Participating States, 2005) inviato a 56 paesi. Il cui concetto fondante è che, in un sistema internazionale, dove, forze armate e forze dell’ordine sono poco avezze ad una pratica democratica e di rispetto dei diritti al loro interno, difficilmente ci si può attendere che esse possano trasmettere proficuamente il rispetto per la democrazia e per i diritti negli scenari, nelle quali sono impegnate, a quelle popolazioni le cui istituzioni democratiche sono ancora deboli ed instabili. Insomma esattamente quanto accade in Italia, dove i nostri uomini e donne sono ampiamente impegnati ad “esportare democrazia” in scenari, come Iraq, Iran, Libano, Somalia sebbene dall’ordinamento militare la concezione democratica e dei diritti soggettivi del personale in divisa, figuri come grande assente. Ciò nonostante l’Italia decideva di non rispondere in alcun modo al questionario, scegliendo, ancora una volta la compagnia con cui stare, ossia dei paesi che non ritengono necessario analizzare tale problema, quali: Albania, Andorra (senza forze armate), Armenia, Cipro, Grecia, Ungheria, Islanda (senza forze armate), Kazakhstan, Kyrgyzstan, Macedonia, Moldavia, Monaco (solo con la guardia cerimoniale di rappresentanza), Olanda, Romania, San Marino (senza forze armate), Turkmenistan e Uzbekistan.
Più di recente una nuova scelta di “amicizia” è stata fatta dal nostro Governo in materia di politiche contro l’inquinamento a seguito della nostra sottoscrizione del protocollo di Kyoto. Nella fattispecie il dissenso espresso dall’Italia, per le scelte dell’Unione Europea, è stato argomentato sostenendo che se USA (ancora loro), India e Cina non aderivano al medesimo protocollo, fosse, di fatto, inutile lo facesse anche il resto del vecchio continente. Nell’interesse delle aziende italiane che così non sarebbero costrette a sostenere i costi degli adeguamenti imposti dalle nuove politiche ecologiste. Ancora una volta si palesa la tutela del profitto aziendale, trascurando i riflessi negativi sul resto della popolazione. Stavolta a sostegno di questa posizione, Berlusconi, proclamava d’essere capofila di un’ampia compagine di dissenzienti. Ben nove, ossia: Repubblica Ceca, Ungheria, Estonia, Lettonia, Lituania, Romania, Bulgaria, Slovacchia. E’ comprensibile che le difficoltà di questi paesi derivi da una situazione economica che è frutto dei postumi derivanti da decenni di politiche economiche dei regimi che li governavano. Quello che appare meno chiaro è la ragione delle difficoltà di un paese come l’Italia nella quale la politica economica ha avuto modo di svilupparsi secondo meccanismi analoghi a quelli del resto delle nazioni europee che, invece, decidono di applicare le disposizioni in materia di abbattimento delle emissioni di gas serra..
I pochi esempi fin qui riportati potrebbero trovare ampi riscontri in tante altre realtà e raffronti internazionali. Detto questo, continuiamo a figurare (solo in apparenza) tra le “grandi potenze” del pianeta. Sediamo al G8, ne vogliamo organizzare, secondo quanto dice il Cavaliere, uno “Plus” allargato a sedici paesi come : “India, Cina, Egitto, sud Africa, Messico, Brasile e Australia'' perché ''Oggi i paesi del G8 fanno meno del 50% dell'economia mondiale, vogliamo arrivare all'80%''. Ma nessuno osa dirci che se quella quota di economia mondiale è scesa sotto il 50% è molto per colpa dell’ Italia e delle scelte operate dalla sua classe dirigente degli ultimi trent’anni.
Perché grazie a loro scopriamo che i nostri compagni di viaggio oggi sono, ormai, ben altri e ad essi somigliamo.


www.fainotizia.it

Nessun commento: